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Radon in casa: come si misura, quali sono le soglie e come si mitiga

Il radon è un gas naturale radioattivo che risale dal terreno e si concentra soprattutto ai piani bassi: ecco come si misura correttamente in casa, come si legge il risultato e quali interventi edilizi riducono la concentrazione.

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La misura del radon in casa va fatta con dosimetri passivi lasciati nei locali abitati al piano più basso per un periodo lungo, idealmente un anno intero o almeno due semestri che coprano sia la stagione fredda sia quella calda: solo così il dato ottenuto rappresenta la media annua richiesta per il confronto con i livelli di riferimento. I valori soglia esatti sono fissati dalla normativa nazionale e vanno sempre verificati sul testo vigente e con l'ARPA regionale.

Il radon è un gas naturale, radioattivo, incolore e inodore: nessuno dei cinque sensi lo rileva, e questo è precisamente il motivo per cui la sua presenza in casa si stabilisce solo con uno strumento, mai a impressione. Chi ha letto la nostra pagina generale sulla salubrità della casa, tra radon, amianto e acustica sa già che il radon condivide con amianto e rumore la stessa logica: non richiede allarme, richiede misura. In questo approfondimento restiamo sul radon e affrontiamo le domande operative che quella pagina si limita a introdurre: da dove viene davvero il gas, perché si concentra ai piani bassi, come si esegue una misura del radon in casa che abbia un senso tecnico, come si legge il risultato una volta ottenuto, quali sono le strategie edilizie di mitigazione quando serve intervenire, e quali errori rendono inutile una misura fatta senza il metodo corretto.

Schema in sezione di un edificio che mostra la risalita del radon dal suolo attraverso vespaio, fessure e passaggi impiantistici fino ai piani bassi
Il gas risale dal terreno lungo i percorsi di minor resistenza: fessure, giunti, passaggi di tubazioni. Il piano più vicino al suolo è quello più esposto.

Cos'è il radon e da dove viene

Il radon si forma per decadimento radioattivo di elementi naturalmente presenti nelle rocce e nei terreni, in particolare uranio e radio, un processo che avviene ovunque sulla crosta terrestre ma con intensità diversa a seconda della geologia locale. Alcune formazioni — rocce vulcaniche, graniti, alcuni tufi, terreni ricchi di determinati minerali — rilasciano quantità di radon più consistenti di altre, ed è per questo che il rischio radon ha una componente geografica: due edifici a poche centinaia di metri di distanza, ma su terreni diversi, possono avere condizioni di partenza molto differenti. Questo non significa che un edificio sia "al sicuro" solo perché sorge in una zona non segnalata come critica: la geologia superficiale può variare anche su scala molto locale, e le caratteristiche costruttive dell'edificio pesano quanto il terreno su cui poggia.

Una volta prodotto nel sottosuolo, il radon è un gas e si comporta come tale: tende a migrare verso l'alto e verso le zone a pressione più bassa, seguendo i percorsi che offrono meno resistenza. In un terreno naturale si disperde nell'atmosfera senza conseguenze pratiche. Il problema nasce quando sopra quel terreno c'è un edificio: la costruzione crea una superficie di separazione — la platea, il vespaio, il solaio controterra — che il gas deve attraversare per raggiungere l'esterno, e spesso trova invece la strada più facile per entrare negli ambienti abitati. Fessure di ritiro nel calcestruzzo, giunti tra elementi prefabbricati, il punto in cui una tubazione dell'impianto idraulico o elettrico attraversa il solaio, un pozzetto ispezionabile mal sigillato, persino la porosità di alcuni materiali da costruzione: sono tutte vie di ingresso, e raramente un edificio ne è del tutto privo.

Un aspetto che conviene chiarire subito, perché genera spesso confusione, è che il radon prodotto dal suolo non è l'unica fonte possibile: anche alcuni materiali da costruzione di origine naturale possono rilasciarne piccole quantità. Nella grande maggioranza dei casi reali, tuttavia, la sorgente dominante resta il terreno sottostante, ed è su questo fronte che si concentra la diagnosi tecnica e, se necessario, l'intervento di mitigazione.

Perché il radon si concentra nel seminterrato e al piano terra

La domanda che ci viene posta più spesso è perché il radon nel seminterrato e al piano terra risulti quasi sempre più concentrato che ai piani superiori dello stesso edificio. La risposta è una combinazione di due fattori fisici, non un caso isolato. Il primo è la vicinanza fisica alla sorgente: i locali interrati e il piano terra sono a diretto contatto, o quasi, con il terreno da cui il gas proviene, mentre un appartamento al terzo o quarto piano è separato dal suolo da più solai, ciascuno dei quali diluisce e rallenta il fenomeno.

Il secondo fattore, meno intuitivo ma altrettanto rilevante, è la differenza di pressione tra l'interno dell'edificio e il terreno circostante. Un edificio riscaldato, soprattutto nella stagione fredda, tende a creare una leggera depressione interna rispetto all'esterno per effetto della differenza di temperatura e del funzionamento degli impianti (il cosiddetto effetto camino, che spinge l'aria calda verso l'alto e richiama aria dal basso): questa depressione agisce come un'aspirazione debole ma costante, che favorisce proprio la risalita del gas dal terreno verso l'interno attraverso ogni fessura disponibile. Nei locali interrati, dove la differenza di pressione rispetto al terreno esterno è più marcata, questo effetto di richiamo è più forte.

A questi due fattori si aggiunge quasi sempre un terzo elemento, di natura più gestionale che fisica: cantine, taverne, autorimesse e locali di sgombero sono, per loro natura, gli ambienti meno ventilati della casa. Ci si passa poco tempo, le finestre — quando ci sono — restano chiuse per mesi, e il ricambio d'aria naturale è ridotto al minimo. Un gas che entra con continuità in un ambiente che si rinnova pochissimo si accumula, mentre nello stesso ambiente con un ricambio d'aria frequente la stessa quantità di gas in ingresso produrrebbe una concentrazione molto più bassa. È la ragione per cui la valutazione del radon non riguarda mai solo "la casa" in astratto, ma quella specifica combinazione di locali, del loro uso e della loro ventilazione.

Schema del corretto posizionamento di un dosimetro passivo per la misura del radon in un locale abitato al piano più basso della casa
Il dosimetro va collocato in un ambiente vissuto quotidianamente, lontano da fonti di calore, correnti d'aria e superfici esterne dirette.

Come si misura correttamente il radon in casa

Una misura del radon in casa fatta bene si distingue da una fatta male soprattutto per due caratteristiche: lo strumento giusto e il tempo giusto. Lo strumento di riferimento per una misura affidabile in ambiente residenziale è il dosimetro passivo, un piccolo rilevatore privo di parti elettroniche o batterie che viene semplicemente posizionato nel locale da monitorare e lasciato lì, senza alcuna manutenzione, per l'intero periodo di esposizione. Al termine del periodo il dosimetro viene richiuso, spedito a un laboratorio specializzato e letto in strumentazione dedicata, che restituisce un valore di concentrazione media relativo a tutto il periodo di esposizione, non a un singolo istante.

Esistono anche strumenti attivi, elettronici, capaci di registrare l'andamento della concentrazione ora per ora: sono utili in fase diagnostica, per esempio per capire in quale stanza o in quale momento della giornata il fenomeno è più marcato, o per verificare rapidamente l'effetto di un intervento di mitigazione appena eseguito. Ma per la misura di riferimento, quella che si confronta con i livelli fissati dalla normativa, il dosimetro passivo resta lo strumento normalmente utilizzato, perché il parametro che conta davvero non è la concentrazione in un momento qualsiasi, ma la sua media nel tempo.

Perché la durata della misura e la stagionalità sono tutto

Il punto che una misura di radon seria non può aggirare è che il livello di riferimento previsto dalla normativa nazionale è espresso come media su un anno intero, e la concentrazione di radon in un ambiente varia in modo significativo con le stagioni: cambia con la temperatura esterna, con l'uso del riscaldamento, con l'abitudine di tenere le finestre aperte o chiuse, con la ventilazione naturale che d'estate è quasi sempre maggiore che d'inverno. Una misura di pochi giorni, per quanto eseguita con lo strumento giusto, fotografa solo la condizione di quel momento e può sovrastimare o sottostimare pesantemente il dato reale dell'intero anno.

Per questo la prassi tecnica corretta prevede un'esposizione lunga: idealmente un anno solare continuo, oppure, quando i tempi non lo consentono, almeno due periodi separati che coprano sia la stagione fredda sia quella calda, in modo da catturare entrambe le condizioni di ventilazione dell'edificio. Chi propone una misura "rapida" di pochi giorni come se fosse equivalente a una misura annuale sta offrendo un numero, non un'informazione utile: il dato può essere corretto in sé e comunque non rappresentativo della reale esposizione media che l'abitazione comporta nell'arco dell'anno.

Dove si posizionano i dosimetri in casa

Il posizionamento incide quanto la durata. I dosimetri vanno collocati nei locali effettivamente vissuti, non in ripostigli, corridoi di passaggio o vani tecnici: se l'obiettivo è capire a cosa sono esposte le persone che vivono la casa, ha senso monitorare il soggiorno, la camera da letto, lo studio, cioè gli ambienti dove si trascorrono più ore, con priorità per quelli al piano più basso dell'edificio o comunque a diretto contatto con il terreno. In un'abitazione con locali interrati abitualmente utilizzati — una taverna vissuta ogni giorno, non solo una cantina di deposito — anche quel locale va monitorato separatamente, perché la concentrazione può essere molto diversa da quella dei piani superiori.

All'interno della stanza, il dosimetro va tenuto lontano da fonti di calore dirette, da finestre e porte che si aprono spesso, da correnti d'aria e da punti dove potrebbe essere spostato, coperto o manomesso accidentalmente durante il periodo di esposizione: un termosifone nelle vicinanze, per esempio, altera la lettura per effetto della temperatura, mentre una posizione troppo vicina a una finestra spesso aperta introduce una ventilazione locale non rappresentativa del resto della stanza. La posizione tipica è su un ripiano, una mensola o un mobile, a un'altezza intermedia nella stanza, in un punto stabile che non venga spostato per l'intera durata della misura.

Dosimetro radon: quanto costa la misura

Sul costo di un dosimetro radon e della misura complessiva non diamo qui una cifra, perché varia in base a più fattori che cambiano da un incarico all'altro: il numero di dosimetri necessari (dipende da quante stanze e quanti piani si vogliono monitorare separatamente), la durata dell'esposizione, se il servizio include il solo dosimetro e la sua lettura oppure anche l'interpretazione tecnica del risultato e un eventuale sopralluogo, e il laboratorio o l'ente a cui ci si rivolge. Le ARPA regionali e diversi laboratori privati accreditati offrono questo servizio con preventivi specifici: la scelta corretta è chiedere un preventivo puntuale sul proprio caso, verificando che il laboratorio sia effettivamente accreditato per questo tipo di misura, piuttosto che orientarsi su una cifra indicativa che rischia di non corrispondere alla situazione reale.

Come si legge il risultato di una misura di radon

Una volta ricevuto il referto del laboratorio, il dato che conta è il valore medio relativo al periodo di esposizione dichiarato, non il valore più alto registrato in un singolo giorno né una sensazione soggettiva su quanto tempo si passa in quel locale. Questo valore medio va confrontato con il livello di riferimento fissato per le abitazioni dalla normativa nazionale in materia di radon. Su questo punto è bene essere espliciti: esistono livelli di riferimento definiti dalla legge, e il testo di riferimento principale in Italia è il D.Lgs. 101/2020, ma i valori numerici esatti, le eventuali distinzioni previste per gli edifici in base all'epoca di costruzione e gli aggiornamenti normativi vanno sempre verificati sul testo di legge vigente al momento della misura e, per l'applicazione al caso concreto, presso l'ARPA della propria regione. Non riportiamo qui le cifre proprio perché un dato di questo tipo, se non aggiornato all'ultima versione della norma, rischia di essere fuorviante più che utile.

Un secondo livello di lettura riguarda la distribuzione del dato tra i diversi locali monitorati, se se ne sono usati più di uno: non è raro che un edificio presenti un valore contenuto ai piani alti e un valore ben più elevato in un locale interrato vissuto quotidianamente. In questi casi la valutazione complessiva non si riduce a una media generica tra i due dati, ma tiene conto di dove le persone trascorrono effettivamente il proprio tempo: un locale interrato con concentrazione elevata ma frequentato poche ore alla settimana comporta un'esposizione complessiva diversa da una camera da letto con lo stesso valore, occupata tutte le notti.

Se il risultato risulta superiore al livello di riferimento, il passo corretto non è l'allarme ma la verifica tecnica delle cause e, di conseguenza, la valutazione delle strategie di mitigazione più adatte all'edificio, di cui parliamo nel paragrafo seguente. Esiste inoltre, a livello nazionale, un Piano Nazionale Radon che coordina le azioni di mappatura del rischio sul territorio e le indicazioni operative in materia: per i dettagli aggiornati e per sapere se la propria zona rientra in aree segnalate come più esposte, il riferimento resta il Ministero della Salute e l'ARPA regionale competente, non fonti generiche.

Va anche ricordato, con chiarezza, che questa pagina si occupa dell'aspetto edilizio e tecnico della misura e della mitigazione: per qualunque valutazione sui possibili effetti sulla salute derivanti dall'esposizione al radon, il riferimento corretto è il medico di base e le autorità sanitarie competenti, non un tecnico edile. Non è nostro compito, e non lo facciamo, fornire indicazioni sanitarie o quantificare rischi per la salute: ci limitiamo a spiegare come si misura bene un dato tecnico e come si interviene sull'edificio quando quel dato lo richiede.

Come mitigare il radon in casa: vespaio, depressurizzazione, sigillature

Schema in sezione delle tre strategie di mitigazione del radon: ventilazione del vespaio, depressurizzazione attiva del suolo con pozzetto e aspiratore, sigillatura delle vie di ingresso
Le tre famiglie di intervento agiscono in punti diversi del percorso del gas: sotto l'edificio, nel punto di ingresso, o in entrambi.

Quando la misura conferma un valore da ridurre, le strategie tecniche per mitigare il radon in casa agiscono essenzialmente su tre fronti, che possono essere usati singolarmente o combinati a seconda della gravità del quadro e delle caratteristiche costruttive dell'edificio: aumentare la ventilazione del vespaio, creare una depressurizzazione attiva del suolo sotto l'edificio, e ridurre le vie di ingresso del gas con sigillature mirate.

Ventilazione del vespaio

Molti edifici, specie quelli con solaio del piano terra sospeso su un vespaio (l'intercapedine d'aria tra il terreno e il solaio abitabile), dispongono già di bocchette di aerazione perimetrali pensate in origine per contenere l'umidità di risalita, non il radon, ma che di fatto svolgono anche questa seconda funzione se sono efficienti. Un vespaio ben ventilato favorisce la dispersione del gas che si accumula nell'intercapedine prima che possa risalire nei locali soprastanti attraverso il solaio. Il primo intervento, spesso il più economico, è verificare che queste aperture esistenti non siano ostruite, tappate da vegetazione, murate in interventi successivi o semplicemente insufficienti rispetto alla superficie del vespaio, e ripristinarne o potenziarne l'efficienza. In alcuni casi si integra una ventilazione forzata, con piccoli estrattori che accelerano il ricambio d'aria nell'intercapedine invece di affidarsi solo alla ventilazione naturale.

Depressurizzazione attiva del suolo: pozzetti e aspiratori

Quando la ventilazione del vespaio non basta, o quando l'edificio non ne dispone perché poggia direttamente su platea in cemento armato a contatto con il terreno, la tecnica più efficace è la depressurizzazione attiva del suolo, spesso indicata con l'acronimo inglese SSD (sub-slab depressurization). Il principio è creare, con un pozzetto scavato sotto la platea o il vespaio e un aspiratore elettrico collegato a una tubazione che sfoga all'esterno e sopra la copertura, una leggera depressione nello strato immediatamente sotto l'edificio: in questo modo il gas viene intercettato e allontanato prima ancora di poter entrare nei locali abitati, invertendo di fatto il gradiente di pressione che normalmente lo spinge verso l'interno. È una delle tecniche di mitigazione più efficaci disponibili, perché agisce direttamente sulla causa — il richiamo del gas verso l'edificio — invece che limitarsi a diluire quanto è già entrato.

La progettazione di un sistema di depressurizzazione va sempre calibrata sull'edificio specifico: il numero e la posizione dei pozzetti, la potenza dell'aspiratore e il punto di scarico all'esterno dipendono dalla tipologia di solaio, dall'estensione della superficie da trattare e dai risultati della misura iniziale. Non è un intervento standardizzabile a priori con una soluzione unica valida per ogni casa, ed è per questo che, prima di installare un sistema di questo tipo, conviene un sopralluogo tecnico mirato che valuti la struttura del solaio, l'accessibilità del vespaio o della platea e la collocazione più efficace dei componenti.

Sigillature delle vie di ingresso

Il terzo fronte è la riduzione delle vie di ingresso puntuali: sigillare le fessure di ritiro nel calcestruzzo, i giunti tra platea e pareti perimetrali, i punti di attraversamento di tubazioni idrauliche, elettriche o di scarico, i pozzetti ispezionabili interni e ogni altra discontinuità che offre al gas un percorso preferenziale verso l'interno. Le sigillature da sole, in un edificio con un carico di radon significativo, raramente risolvono il problema in modo definitivo, perché è quasi impossibile intercettare ogni singola via di ingresso in un solaio esistente: funzionano meglio come complemento a una ventilazione del vespaio o a una depressurizzazione attiva, riducendo il carico complessivo che questi sistemi devono gestire, piuttosto che come unica misura risolutiva su un edificio con concentrazioni elevate.

Un intervento spesso trascurato ma coerente con questo stesso principio è la ventilazione generale dei locali abitati: dove l'edificio è già dotato di un impianto di ventilazione meccanica controllata, un ricambio d'aria regolare e continuo contribuisce a diluire qualunque residuo di radon che riesca comunque a entrare, esattamente come contribuisce a gestire l'umidità e la qualità dell'aria interna in generale. Non sostituisce le tre strategie mirate descritte sopra quando il valore misurato è elevato, ma è un tassello che si integra bene con esse, soprattutto negli edifici resi molto ermetici da una riqualificazione energetica recente.

Dopo qualunque intervento di mitigazione, la verifica dell'efficacia richiede una nuova misura: uno strumento attivo può dare un primo riscontro rapido nei giorni immediatamente successivi, ma la conferma definitiva che l'intervento ha portato la concentrazione media entro il livello di riferimento richiede, di nuovo, una misura con dosimetro passivo condotta per un periodo adeguato, non un controllo estemporaneo.

Gli errori tipici che vanificano una misura di radon

Nella nostra esperienza di sopralluoghi tecnici, gli errori che rendono inutile o fuorviante una misura di radon sono in gran parte sempre gli stessi, e conoscerli in anticipo evita di dover ripetere l'intera esposizione da capo.

Il primo errore, già accennato, è la durata insufficiente: pretendere un dato attendibile da un'esposizione di pochi giorni o poche settimane, quando il parametro di riferimento è una media annua. Il secondo è ignorare la stagionalità, misurando solo in un periodo dell'anno — tipicamente l'estate, quando le finestre restano più spesso aperte e la concentrazione tende a essere più bassa — e proiettando quel dato come se rappresentasse l'intero anno: il risultato è quasi sempre una sottostima, con l'effetto paradossale di rassicurare su un edificio che in inverno, a finestre chiuse e riscaldamento acceso, potrebbe comportarsi in modo diverso.

Il terzo errore riguarda il posizionamento: dosimetri lasciati in ripostigli, corridoi o locali non abitualmente vissuti, che non rappresentano l'esposizione reale delle persone; oppure dosimetri collocati troppo vicino a finestre spesso aperte, fonti di calore o punti di passaggio, che alterano la lettura in modi non rappresentativi del resto della stanza. Il quarto è spostare, coprire o manomettere accidentalmente il dosimetro durante il periodo di esposizione, magari spostandolo per fare spazio a un mobile e dimenticandosi di riposizionarlo: qualunque variazione di questo tipo compromette l'affidabilità del dato finale, spesso senza che chi esegue la misura se ne accorga.

Il quinto errore, più gestionale che tecnico, è non documentare cosa succede nella casa durante il periodo di misura: lavori di ristrutturazione, cambi di uso di un locale, modifiche all'impianto di ventilazione o di riscaldamento avvenuti a metà esposizione alterano il confronto tra la prima e la seconda parte del periodo e rendono più difficile interpretare il dato finale. Infine, un errore che riguarda la fase successiva più che la misura in sé, è affidarsi a un dosimetro non fornito da un laboratorio effettivamente qualificato per questo tipo di analisi, oppure interpretare da soli il referto senza il supporto di chi conosce sia il dato tecnico sia le caratteristiche edilizie specifiche dell'immobile.

Quando conviene misurare il radon: acquisto, ristrutturazione, nuova costruzione

Ci sono momenti in cui misurare il radon ha senso in modo particolare, oltre alla semplice curiosità del proprietario. Prima di un acquisto immobiliare, la misura è utile soprattutto quando l'immobile ha locali interrati o seminterrati destinati a uso abitativo, o quando si sospetta, per la zona o per le caratteristiche del terreno, una maggiore esposizione: il limite pratico, come ricordato anche nella pagina generale sulla salubrità della casa, è che una misura seria richiede mesi, mentre un rogito ha tempi propri. Una soluzione realistica è spesso avviare la misura subito dopo l'acquisto, sapendo già in anticipo che, in caso di valore elevato, esistono interventi di mitigazione tecnicamente definiti e circoscrivibili.

Dopo una ristrutturazione che ha modificato la ventilazione dell'edificio — un cappotto esterno, la sostituzione di infissi con altri molto più a tenuta, la chiusura di vecchie prese d'aria non più considerate necessarie — vale la pena rivalutare il radon insieme agli altri aspetti della qualità dell'aria interna, perché un edificio reso più ermetico modifica anche il modo in cui il gas, una volta entrato, si diluisce o si accumula. In fase di nuova costruzione, infine, la prevenzione costa molto meno della correzione: prevedere già in progetto una barriera continua contro il terreno, un vespaio ben ventilato o predisposto per un'eventuale depressurizzazione futura, e una cura particolare nella sigillatura dei punti di attraversamento degli impianti, evita di dover intervenire pesantemente su un edificio già finito.

In tutti questi scenari, la valutazione tecnica dell'edificio — dalla lettura delle caratteristiche costruttive alla scelta della strategia di mitigazione più adatta — rientra nel più ampio ambito della diagnosi delle patologie edili, in cui il radon si affianca ad altri fenomeni che richiedono lo stesso approccio: misurare prima di intervenire, e scegliere l'intervento in base al dato misurato, non al timore generico. Per un quadro più ampio sugli altri aspetti della salubrità della casa — amianto, acustica, qualità dell'aria interna — resta valida la lettura della pagina di riferimento sulla salubrità dell'abitazione, di cui questo articolo è l'approfondimento dedicato specificamente al radon.

Domande frequenti

Come si misura il radon in casa in modo corretto?

Con dosimetri passivi collocati nei locali effettivamente vissuti, in particolare al piano più basso dell'edificio, lasciati in posizione per un periodo lungo — idealmente l'intero anno, o almeno due semestri che coprano sia la stagione fredda sia quella calda. Misure di pochi giorni non sono rappresentative, perché il valore di riferimento è una media annua e la concentrazione varia molto con la stagione e con la ventilazione dell'edificio.

Quali sono i valori di radon pericolosi in casa?

Esistono livelli di riferimento per le abitazioni fissati dalla normativa nazionale in materia di radon, in particolare dal D.Lgs. 101/2020, ma i valori numerici esatti e le eventuali distinzioni per epoca di costruzione dell'edificio vanno verificati sul testo di legge vigente e presso l'ARPA della propria regione, perché possono essere oggetto di aggiornamento. Per qualunque valutazione sugli effetti sulla salute il riferimento corretto è il medico e le autorità sanitarie competenti, non un tecnico edile.

Come si riduce il radon in casa: bastano vespaio e ventilazione?

La ventilazione del vespaio è spesso il primo intervento, utile ed economico quando l'edificio ne dispone già, ma non sempre sufficiente da sola se la concentrazione misurata è elevata. Nei casi più impegnativi si ricorre alla depressurizzazione attiva del suolo con pozzetti e aspiratori, spesso abbinata a sigillature mirate delle fessure e dei punti di attraversamento degli impianti. La combinazione corretta va scelta dopo un sopralluogo tecnico, non applicata a priori.

Perché il radon si concentra di più al piano terra o in cantina?

Perché quei locali sono a contatto diretto o quasi con il terreno da cui il gas proviene, sono spesso meno ventilati rispetto al resto della casa e risentono maggiormente della leggera depressione che un edificio riscaldato crea rispetto al terreno esterno, un effetto che favorisce proprio la risalita del gas dal basso verso l'alto attraverso ogni fessura disponibile.

Quanto costa un dosimetro per la misura del radon?

Non esiste una cifra unica: il costo dipende dal numero di dosimetri necessari, dalla durata dell'esposizione, dal laboratorio o dall'ente incaricato e da eventuali servizi aggiuntivi come l'interpretazione tecnica del risultato. Conviene chiedere un preventivo puntuale a un laboratorio accreditato per questo tipo di misura, per esempio all'ARPA della propria regione, invece di orientarsi su una cifra indicativa generica.

Se la misura del radon supera la soglia, devo rifare tutto da capo?

No: il passo corretto è valutare con un tecnico le cause specifiche dell'edificio e scegliere la strategia di mitigazione più adatta — ventilazione del vespaio, depressurizzazione attiva del suolo, sigillature, o una combinazione di queste. Dopo l'intervento serve comunque una nuova misura, con dosimetro passivo per un periodo adeguato, per verificare che il valore medio sia effettivamente rientrato nei livelli di riferimento.

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